LUCI ED OMBRE

Passano Vagnozzi, Cipolla e Camerin, mentre Giorgi e Giorgini fanno le valigie. Ma non c’è solo questo da raccontare: scopriamo altre storie dall’ultimo Slam della stagione…

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New York (U.S.A.) – E dopo la tempesta, la quiete. Climatica almeno, e possiamo aggiungerci anche un bel finalmente. Precisi come orologi svizzeri, quest’oggi alle ore 11 locali – le 17 in Italia – tutti i giocatori precettati dagli organizzatori per disputare l’incontro inaugurale nelle sessioni di ciacun campo erano pronti a darsi battaglia e, lasciandoci alle spalle ogni problema concernente le difficoltà atmosferiche di questi giorni, passiamo a valutare quali siano stati gli esiti dei match dei primi quattro tennisti azzurri impegnati quest’oggi, non dimenticandoci in seguito di analizzare alcuni avvenimenti che hanno caratterizzato lo stesso periodo temporale. Davvero un’impresa seguire attentamente gli sviluppi degli incontri che si accavallavano in un continuum di emozioni, soprattutto quando i quattro giocatori verso cui uno vorrebbe prestare maggiore attenzione disputano gran parte delle proprie partite in contemporanea. Eppure, nonostante le difficoltà, è stato purtroppo possibile annotare una piccola curiosità statistica che ha colpito Camila Giorgi, Simone Vagnozzi, Maria Elena Camerin e Daniele Giorgini, i quattro protagonisti di questo pezzo. Ovvero che i nostri rappresenanti già scesi in campo – li seguirà più tardi Flavio Cipolla – hanno tutti perso il proprio servizio in apertura. Situazioni differenti, è bene premetterlo e ora capirete perché.

Il primo Slam non si scorda mai, la partenza magari… Giorgi e Giorgini, due nomi simili, due tennisti con un background alquanto differente – sebbene entrambi nati nelle Marche – che vengono accomunati dal fatto di essere alla prima esperienza in un torneo dello Slam. Deve aver inciso, e non poco, questo fattore, perché i loro avvii di partita sono stati davvero poco confortanti. La ragazza di origine argentina dopo tre giochi si trovava sotto di due break, con l’austriaca Patricia Mayr (t.d.s. numero 11) – non propriamente un accoppiamento agevole – avanti per 3-0 e servizio, mentre analogamente Giorgini vedeva l’iberico Pedro Clar-Rossello scappare sul 4-0 in suo favore. Il pronto riscatto, però, faceva intravedere la luce, perché Camila riusciva, pur concedendo un altro turno di battuta all’avversaria, ad issarsi sul 5-5 e Daniele si rimetteva presto in carreggiata, recuperando un break e divenendo più solido al servizio. Infatti, pur archiviata negativamente la prima frazione per 6 giochi a 4, Giorgini cominciava positivamente la seconda partita, giocandosi punto su punto con l’avversario fino al tie break, dove la spuntava per 7 punti a 5. Camila, nel frattempo, dopo lo sforzo profuso, si arrendeva invece alla maggiore esperienza di Mayr, conquistando un solo gioco da quel 5 pari e uscendo sconfitta col punteggio di 7-5 6-1. Esito finale negativo, così come per Daniele, che, dopo la bella esibizione della seconda frazione, pativa un po’ di stanchezza all’inizio della partita decisiva, accumulando un break di svantaggio all’inizio, che sembrava in realtà condannarlo, ma, quando questo gap veniva annullato, purtroppo Giorgini incappava in un nuovo break, questa volta definitivo. 6-4 6-7 6-4 il risultato finale che lascia l’amaro in bocca, ma dopo la partenza da incubo, così come e più di Giorgi, ci sono alcuni aspetti da salvare di questa prima volta.

Simone bene, ma che brividi. Per il tennista ascolano, invece, nessuno scotto da pagare alla prima apparizione sui campi di New York, sebbene il break con cui metteva subito sull’attenti la settima testa di serie, il rumeno Ungur, veniva immediatamente recuperato. Nessuna replica, però, dell’incontro che Adrian si era aggiudicato lo scorso mese di giugno nel challenger di Roma – l’unico precedente esistente ad oggi tra i due – perché Vagnozzi si riprendeva subito il vantaggio e appariva piuttosto tranquillo lungo la via della vittoria. Dopo 36 minuti, e altri due break, l’ascolano concretizzava il 6-3 con cui si aggiudicava il primo set e soprattutto, dopo poco più di un quarto d’ora, il punteggio di 5-0 della seconda frazione lasciava presagire ad un epilogo felice per i colori azzurri. Che si sarebbe materializzato, ma molto tempo dopo, quando Ungur era riuscito a recuperare i due turni di battuta che lo separavano da Simone, fino al 4-5 15-0, cadendo però proprio sul più bello, quando concedeva il sesto break della partita. Per Vagnozzi, quindi, una qualificazione importante e una bella iniezione di fiducia all’interno di una stagione che già molte gliene ha riservate: ora sotto con l’ucraino Ivan Sergeyev.

Camerin, sofferenza vincente. C’è voluto più tempo di quanto i pronostici non lasciassero pensare, perchè la tennista veneta, numero 21 del seeding, ha espletato in ben due ore e mezza l’incontro inaugurale contro la 15enne Madison Keys – un’altra delle speranze della Federazione Statunitense, discorso questo che approfondiremo. Tredici gli anni di differenza tra le sfidanti, che hanno dato vita ad una partita ovviamente combattuta, in cui il fattore del servizio non si è rivelato così fondamentale, sebbene questo colpo venga definito da Madison come il proprio migliore: probabilmente, come già scritto per i nostri esordienti, sarà stata la tensione per questa prima volta, perdipiù davanti al pubblico di casa. Pervasa dall’emozione, Keys non si è però lasciata sfuggire l’occasione di portarsi avanti di una frazione, quando ha chiuso sul servizio avversario per 6-3 la prima partita. Da tennista esperta, Camerin ha subito capito che per evitare che la stellina americana si esaltasse era necessario partire forte nel secondo parziale: detto fatto, Maria Elena si portava sul 4-0, riuscendo nel suo intento, seppur rischiando di farsi rimontare, prima di pareggiare i conti per 6-4. L’inerzia dell’incontro era a questo punto favorevole alla giovane dell’Illinois, che portatasi sul 3-1 nel set finale non reggeva l’urto dell’impresa che stava per andare a firmare e non conquistava più alcun gioco: necessita sicuramente di esperienza l’americana, ma la tenuta in campo non pare assolutamente mancarle, anche in tornei così prestigiosi. La qualificazione finisce nelle mani della nostra tennista, che ora deva prestare davvero attenzione alla croata Ajla Tomljanovic, altra juniores, 17 anni, sulla rampa di lancio.

Cose buone dal mondo: il sempreverde.
E’ certamente da tenere in considerazione la questione riguardante Ramon Delgado, il tennista paraguaiano ormai prossimo ai 34 anni. Si tratta infatti di capire quale sia il segreto che gli permettere di continuare a migliorare impercettibilmente la propria classifica, nonostante le primavere continuino ad aumentare. A maggior ragione dopo la modalità con cui il sudamericano ha estromesso il terribile servitore austriaco Alexander Peya. Quasi tre infatti le ore che i contendenti hanno dovuto trascorrere sul campo numero 5 prima che un vincitore venisse decretato e Ramon, ceduta la prima frazione per 7-6, nel secondo set ha dovuto annullare diversi match point in un tie break tiratissimo, terminato soltanto per 13 punti a 11, punteggio che ha dato il via libera al “vecchio” Delgado. Igor Sijsling, suo prossimo avversario, non lo sottovaluti troppo. Interessante poi analizzare, anche per quanto affermato in precedenza, le buone prestazioni fornite dalle giovani tenniste statunitensi. Autoritaria si è mostrata la ventenne Irina Falconi, che in 50 minuti ha rispedito in Germania la coetanea Mona Barthel: per la giocatrice di origine italo-equadoriana non si trattava di esordio assoluto in una platea di questo calibro, ma la prestazione è a tal punto convincente da chiedersi quali potranno essere gli sviluppi futuri della sua carriera una volta che avrà terminato gli studi alla Georgia Tech. Nessun pensiero universitario tedia ancora invece la non ancora 16enne Krista Hardebeck, bravissima nel superare con un periodico 6-4 la più esperta Yurika Sema: altro buon materiale su cui lavorare.

Cose buone dal mondo 2: il maratoneta divenuto velocista. Dopo quanto accaduto a Wimbledon, è impossibile non domandarsi in quali altre imprese si potrebbe cacciare Nicolas Mahut, probabilmente non ancora del tutto ripresosi da quella maratona epica, che, è bene sempre ricordarlo, venne preceduta, nelle qualificazioni di Roehampton, da una partita sempre dalla durata “extra” in cui la spuntò per 24-22 al set decisivo contro il britannico Alex Bogdanovic. E’ vero che a New York l’ultimo set è “limitato” dal tie break come i precedenti, però la curiosità era a tal punto elevata che è parso strano e deludente che il ragazzo di Angers se la sia cavata con un banale e usuale 6-3 6-2 per aver ragione dell’australiano Matt Ebden. E se di una 1994 statunitense a sorpresa vi abbiamo parlato nel paragrafo precedente, in questo introduciamo una 1994 britannica un pochino più attesa: vale a dire Laura Robson, impostasi in maniera brillante sull’australiana Jelena Dokic, che non ha potuto così difendere con onore la seconda testa di serie accreditatale dal ranking Wta. La mancina londinese non ha avuto alcuna remora e gli 11 aces messi a segno ricordano ancora una volta come questo suo fondamentale sia davvero di efficacia come quello di poche altre sue colleghe.

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