DICA TRENTATRE’

Sorto nel 1978 nell’area che aveva ospitato la Fiera Mondiale, il National Tennis Center di Flushing Meadows accoglie la 33ma edizione degli US Open sul cemento. Head to head e quote.

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New York (Stati Uniti) – Il tempo dei pionieri. In principio furono l’erba e il nuovissimo Newport Casino a Rhode Island. Era il 1881 e gli United States Championships (antenato degli attuali US Open) erano un affare tra uomini, prima solo americani e in seguito allargato agli stranieri. Le donne ebbero il loro primo torneo sei anni dopo, ma al Cricket Club di Filadelfia. Solo nel 1924 i protagonisti dei due singolari si ritrovarono sugli stessi campi, quelli del West Side Tennis di Forest Hills, e lì sarebbero rimasti fino al 1977. Nell’ultimo triennio in cui ospitò lo slam statunitense, Forest Hills cambiò superficie di gioco e riconvertì i suoi campi dall’erba all’Har-Tru, la terra americana.

1978, la svolta.
Nell’anno dei tre papi, il torneo si spostò di qualche chilometro e venne inaugurato, a Flushing Meadows Park, il National Tennis Center. Un impianto già allora faraonico, emblematicamente americano, sorto nell’area che aveva ospitato poco meno di tre lustri prima la Fiera Mondiale e da cui aveva ereditato l’Unisfera, il gigantesco mappamondo di metallo collocato al centro di una fontana.
Tutto nuovo a New York, compreso il cemento (DecoTurf II) su cui si sarebbero disputati gli incontri. Con lo sguardo rivolto al futuro, la USTA si lasciava alle spalle tradizione ed esperimenti e dettava tempi e ritmi del tennis di domani. Uno stadio da record, il Louis Armstrong, capace di contenere fino a 18 mila spettatori. Che poi almeno la metà di costoro avessero bisogno di un binocolo per distinguere i giocatori e la pallina, beh si tratta di un trascurabile dettaglio…
Prova ne sia che, non paga, la Federazione statunitense fece costruire nel 1997 un centrale ancora più grande, intitolato al compianto Arthur Ashe, che relegò il precedente, a sua volta ridimensionato, a secondo campo in ordine di importanza. L’ultima modifica, in ordine di tempo, risale a quattro anni fa, quando l’USTA intitolò tutto il complesso a Billie Jean King ma, sul piano puramente estetico, la grande novità fu quella del 2005, quando il caratteristico e uniforme colore verde-grigio dei campi venne sostituito, dentro le linee di gioco, dal blu.

Il sogno di Borg e il record di Jimbo. La prima edizione sul cemento ebbe subito la finale tanto sperata: Borg contro Connors. L’anno prima a Melbourne, in Australia, si erano giocate due edizioni (in gennaio e in dicembre) allo scopo di far diventare gli Australian Open il quarto e non più il primo dei major in scaletta. Così, quando lo svedese si presentò all’atto conclusivo di New York con la consistente dote delle vittorie di Parigi e Wimbledon, divenne naturale ritenere che un suo eventuale trionfo gli avrebbe spalancato le porte del Grande Slam. Ma Jimbo da Belleville, umiliato sui prati della regina Elisabetta, covava un sano sentimento di vendetta e l’occasione propizia fu proprio quella finale, davanti a quasi quarantamila occhi. Il sogno frantumato dello scandinavo fece il paio con il record imbattibile di Connors, primo e unico tennista capace di vincere gli US Open in tre superfici diverse.

Genio e regolarità . Per i primi sette anni, la torta del singolare maschile se la sarebbero divisa due mancini americani: Connors vinse di nuovo nel biennio 82/83 a spese di un Lendl ancora immaturo mentre il “genio” nato per caso in Germania diede a Borg l’ultima grande delusione battendolo nella finale del 1980. L’orso svedese aveva affrontato la prova di New York con mezzo Grande Slam in tasca anche nel 1979, cadendo vittima del bombardiere di Chattanooga, Roscoe Tanner.
Il dominio statunitense venne interrotto proprio da Ivan Lendl, che mise a segno una tripletta nel bel mezzo del suo primato (tuttora imbattuto) di otto finali consecutive. Della regolarità del ceco di nascita (e statunitense di passaporto) fecero le spese lo stesso McEnroe, al canto del cigno, quel felinone del suo connazionale Mecir e Wilander.

Tre quarti della mela . Proprio Mats, non senza sorpresa, spezzò l’incantesimo svedese che aveva impedito al suo illustre predecessore Borg (quattro finali, tutte perse) di alzare almeno una volta la coppa di New York. Nel 1988, Wilander riuscì a mangiare tre quarti della mela chiamata Grande Slam (fallì solo a Wimbledon, battuto nei quarti dalla sua bestia nera Mecir) battendo in una finale tatticamente perfetta Lendl e conquistando la prima posizione mondiale. L’anno successivo l’ex cecoslovacco perse con Becker; il tedesco non avrebbe dovuto esserci, in quella finale, se la dea bendata non l’avesse aiutato con un nastro malandrino sul match-point in favore di Rostagno al secondo turno.

Un giovane pistolero e ancora Svezia. Più tardi l’avrebbero chiamato Pistol-Pete, ma nel 1990 Sampras era ancora una promessa quando diventò il più giovane vincitore nella storia del torneo; aveva compiuto 19 anni da 28 giorni quando sconfisse il favorito Andre Agassi in tre set piuttosto netti. Fu quella appena la terza di 34 puntate della saga che avrebbe caratterizzato gli anni Novanta del tennis maschile e la prima delle otto finali giocate da Sampras. Due anni dopo l’americano si arrese al detentore del titolo, l’elegante Stefan Edberg, che nel ’91 aveva annichilito Jim Courier in quella che lo svedese ama definire la partita più bella della sua carriera.
Da Pete a Pat passando per Andre – Il duopolio Sampras-Agassi (cinque titoli in sette anni) venne interrotto solo dall’ultimo dei mohicani del serve-and-volley, Pat Rafter. L’australiano mise a segno una inaspettata doppietta nel 1997 e 1998, riportando il trofeo Down Under ben 24 stagioni dopo Newcombe, quando si giocava ancora sull’erba di Forest Hills.

L’ultimo Sampras e tre numeri uno. Indimenticabile il 2002, quando Pete, manco fosse un pugile, vinse il torneo e si ritirò dal circuito imbattuto con la cintura di campione. L’anno precedente, nei quarti, sempre lui e Agassi avevano giocato la famosa sfida di quattro tie-break senza i quali i due contendenti sarebbero stati 26 pari nel primo set. Sampras poi aveva perso in finale con Hewitt, come l’anno prima aveva perso con Safin. Due ottimi numeri uno (tre con Roddick, vincitore nel 2003), quando ancora il cannibale non si cibava di carne di tennista.
L’orco svizzero – La cinquina americana del nuovo re rimane, a mio modesto parere, la più grande delle sue imprese relative alle vittorie. New York è un torneo durissimo e Federer l’ha fatto suo affrontando e superando, nel tempo, ostacoli importanti; la finale del 2005 contro l’ultimo Agassi, che sognava il lieto fine della favola, e i match con Blake e Roddick del 2006 hanno liberato lo spirito guerriero che alberga nell’animo solitamente controllato del fuoriclasse elvetico.

Don’t cry for me, Argentina. Il resto è storia recente. L’anno scorso vinse Juan Martin Del Potro, bravo a raddrizzare una finale quasi compromessa contro Roger. E’ stato il secondo argentino (terzo con la Sabatini) a compiere l’impresa, il primo a Flushing Meadows. Vilas, infatti, si era imposto sulla terra verde di Forest Hills nel 1977.

Chris, l’immortale. E passiamo al femminile. Apertura d’obbligo per Chris Evert, la regina indiscussa di questo torneo. In realtà, sul cemento, hanno fatto meglio di lei sia Steffi Graf che Martina Navratilova, ma quando nel 1989 l’ex signora Lloyd lasciò il torneo sconfitta nei quarti da Zina Garrison, furono i numeri a parlare in sua vece: 101 vittorie e 13 sconfitte, mai battuta prima dei quarti di finale, sei volte campionessa (l’unica ad aver vinto nelle tre edizioni disputate sulla terra) e nove volte finalista.

Le treccine di Tracy. A sedici anni e quasi nove mesi, con i suoi curiosi vestitini a quadretti o a fantasia, Tracy Austin divenne nel 1979 la più giovane vincitrice del torneo scalzando nientemeno che l’indimenticabile Maureen Connolly. E nemmeno Martina Hingis, quasi vent’anni dopo, riuscì a fare meglio. La ragazzina di Long Beach concesse il bis due anni più tardi, prima di sparire vittima dei suoi stessi acciacchi fisici.

Il poker di Martina e il talento di Hana. Le due doppiette di Martina Navratilova sarebbero state una cinquina consecutiva se la sua (ex) connazionale Mandlikova non ci avesse messo lo zampino. Nella splendida finale del 1985, Hana giocò due tie-break stupendi e a nulla valse, per la Navratilova, il netto 6-1 rifilato alla rivale nel set centrale.
Grande Slam – E’ il 1988 e una ragazzina tedesca di diciannove anni diventa la terza nella storia a vincere nello stesso anno tutti e quattro i major. New York è il teatro della sua ultima fatica e la bella Gabriela Sabatini prova a metterle i bastoni tra le ruote in finale. Dovrà accontentarsi di un set, l’argentina, e dovrà attendere due anni per la rivincita. Grazie agli accorgimenti tattici del suo coach, il brasiliano Kirmayr, Gabriela coglierà sempre qui l’unico major di una carriera che meritava di più.

Seles-Graf, prima del black-power. Il ciclone Seles travolse il torneo per due stagioni nel biennio ’91-92, finché la coltellata di un folle non mise temporaneamente fuori uso la serba. Tre stagioni più tardi Monica si ripresentò in campo con qualche chilo di troppo e una determinazione, se possibile, ancora maggiore. La finale del 1995 venne paragonata, da molti, alla celeberrima sfida di Cannes del 1926 tra Suzanne Lenglen e Helen Moody Wills. La tedesca si presentò all’appuntamento con un ruolino di marcia incredibile nella stagione (38 vittorie e un solo ko) mentre la Seles aveva infilato undici vittorie senza cedere un solo set dal giorno del suo rientro all’attività. La tensione avrebbe potuto giocare un brutto scherzo alle due rivali e invece fu una splendida partita, che Steffi si aggiudicò 6-3 al terzo set. L’anno dopo le due replicarono, con lo stesso esito, mentre nel ’97 ci fu la prima avvisaglia di quanto si sarebbe verificato nel prossimo futuro: vinse Martina Hingis ma la finalista era una ragazza di colore, alta e magra, con una sorella minore che sarebbe diventata più forte di lei.

Williams show. I primi anni del nuovo millennio videro il dominio delle “Ghetto Sisters”: Venus e Serena vinsero due titoli a testa, con derby in famiglia nel 2001 e 2002. Nonostante giochino in casa, o forse proprio per quello, le Williams raccoglieranno ben poco da quel momento a oggi; una sola vittoria, di Serena, due stagioni fa.

Belgio dispari, Russia pari. Le ultime quattro edizioni negli anni dispari sono sempre state vinte da una belga. Henin (2003 e 2007) e Clijsters (2005 e 2009) hanno centrato due doppiette, con Kim che è tornata dopo tre anni e ha subito fatto il miracolo, stringendo insieme coppa e figlia sull’Arthur Ashe. E non sono mancate le vittorie russe, grazie a Kuznetsova e Sharapova. Per Maria, sfilata sul centrale in abito nero alla Audrey Hepburn nel 2006 e conferma che la vittoria di Wimbledon non era stata un caso.

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