OCCHIO AL PASSATO

Le quattro settimane estive su e giù per il Nordamerica non ci daranno certezze assolute ma potranno darci una grossa mano a individuare i possibili protagonisti dei prossimi US Open

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New York (Stati Uniti) – Volete proprio sapere con un mese e mezzo di anticipo chi vincerà gli US Open? Proprio non resistete alla curiosità? I bookmakers, tanto per non smentirsi e rischiare ancora meno, hanno già indicato in Nadal il loro grande favorito per il titolo maschile mentre Serena Williams resta la più accreditata per quello femminile. Bella forza, stiamo parlando dei due numeri uno mondiali! Lo spagnolo, da Montecarlo in poi, è inciampato una sola volta, sull’erba (vera) del Queen’s contro il connazionale Feliciano Lopez; la più giovane delle sorelle americane invece non ha certo brillato negli appuntamenti di contorno ma si sa, quando tira aria di Slam Serena cambia passo.

Specchio delle mie brame. Saranno dunque loro i più belli del reame? Se così fosse, vincendo a New York sia Nadal che la Williams chiuderebbero il 2010 con ¾ di Grande Slam e nessuno potrebbe più mettere in dubbio la loro leadership stagionale. Tuttavia, non mancano gli elementi che suggeriscono soluzioni alternative. Perché al maiorchino il cemento di Flushing Meadows è sempre stato piuttosto indigesto (due semifinali come miglior risultato) e, limitatamente alla stagione in corso, sul duro Rafa ha già perso quattro volte con quattro avversari diversi. Quanto a Serena, si tratterà di tornare sulla scena del… crimine (quantomeno minacciato), un anno dopo essere stata squalificata nella semifinale contro Kim Clijsters per la ben nota vicenda nei confronti della giudice di linea.

La storia insegna. Le quattro settimane su e giù per il Nordamerica, raccolte con intuito e per comodità sotto l’insegna comune di US Open Series, non ci daranno certezze assolute (del resto il mistero è il sale della vita) ma potranno darci una mano consistente a individuare i possibili protagonisti del quarto e ultimo major della stagione. Noi, in mancanza della sfera di cristallo, abbiamo fatto nostro ciò che ci ripetevano fino alla noia sui banchi di scuola: la storia, con i suoi corsi e ricorsi, insegna. E allora abbiamo provato a vedere cosa suggerisce il passato.

US Open Series. Dei quattro Slam non c’è dubbio che Parigi e New York possono contare su un mini-circuito di preparazione molto più attendibile rispetto a Melbourne e Wimbledon. Montecarlo e Barcellona per l’ATP, Charleston (sia pur sulla terra verde) e Stoccarda per la WTA e infine Roma e Madrid per entrambe le sigle costituiscono banchi di prova di estrema credibilità per leggere tra le righe di quanto accadrà sul rosso del Roland Garros. Allo stesso modo, i tornei di fine luglio-agosto sul cemento americano sono soliti dare indicazioni molto utili in prospettiva futura. In campo maschile si è partiti da Atlanta (che da quest’anno sostituisce la storica tappa di Indianapolis) e si proseguirà con Los Angeles, Washington, Toronto, Cincinnati per terminare con il combined di New Haven; appena più ridotto il programma delle ragazze, che partono questa settimana da Stanford, poi andranno a San Diego, Cincinnati, Montreal e infine – come detto – chiusura tutti insieme al Pilot Pen in Connecticut.

Quanrant’anni e vent’anni. Questo il panorama attuale. Ma non è sempre stato così. Per avere un quadro sufficientemente esaustivo dell’argomento, siamo andati indietro di ben quarant’anni per i maschi (1970) e la metà (1990) per le femmine. E abbiamo visto che, mentre alcuni appuntamenti sono rimasti tali e quali, è la superficie ad essere cambiata nel tempo: Cincinnati e Open del Canada sono passati al cemento nel 1979; Washington nel 1987, Indianapolis l’anno successivo. Prima si giocava sulla terra. Del resto, gli stessi US Open si sono disputati sull’erba di Forest Hills fino al 1974 compreso, per passare alla terra verde per un triennio ed infine al cemento del nuovo impianto di Flushing Meadows dal 1978. In questo lungo periodo alcune tappe sono sparite (fino al 1989 si è giocato con regolarità a Boston, sempre sulla terra, poi il torneo ha fatto registrare una breve ricomparsa di tre anni dal 1997 al 1999 sul duro) e altre hanno preso il loro posto (è il caso di Long Island andato in scena dal 1990 al 2004) per mantenerlo tuttora (New Haven rientrato nel circuito nel 2005 dopo una parentesi dal 1990 al 1998, e Los Angeles in programma dal 1991). Molto più semplice il quadro relativo alla WTA che, dal 1990, ha avuto tre appuntamenti pressoché fissi (San Diego, Los Angeles e Open del Canada) a cui si sono aggiunti, dal 1997, Stanford e New Haven. Cincinnati, divenuto particolarmente importante solo nelle ultime stagioni, è appena alla sua sesta edizione.

Chi ben comincia… E’ a metà dell’opera, almeno in campo maschile. Meglio: chi ben si comporta nei tornei di preparazione, avrà successo a New York. Infatti, nel 75% dei casi (31 volte su 40), il vincitore degli US Open aveva almeno disputato una finale nelle tappe precedenti e quasi sempre (28 casi) l’aveva vinta. Solo in nove occasioni questa specie di regola non scritta è stata disattesa e in ben tre casi ha riguardato Pete Sampras. Nel 1990, il diciannovenne di Washington raccolse solo dei piazzamenti (semifinale a Los Angeles e Canada, quarti a Long Island e Indianapolis, ottavi a Cincinnati) prima di iniziare la sua bella favola battendo il favorito Agassi nella finale newyorkese. La stessa cosa si ripeté tre anni più tardi, quando Pete perse da Steven in Canada, Krajicek a Los Angeles, Edberg a Cincinnati e Rafter a Indianapolis. Tutto cambiò a Flushing Meadows, dove Sampras alzò il trofeo cedendo appena due set in tutto il torneo. Inimmaginabile, o quasi, ciò che accadde invece nel 2002. Sampras non vinceva un torneo da oltre due anni e veniva da due sconfitte clamorose sull’erba: in Davis contro Corretja (!!!) e a Wimbledon contro Bastl. Quella fu la sua ultima carrellata ufficiale: terzo turno in Canada (battuto da Haas), secondo a Cincinnati (Arthurs) e secondo a Long Island (Mathieu) prima di presentarsi a Flushing Meadows con pochissime credenziali. Come andò a finire lo sappiamo tutti. Pete vinse il suo Slam numero 14 battendo il vecchio amico Agassi in finale e poi si ritirò. Per sempre.

Altri casi. Ecco i tennisti che hanno vinto a New York senza brillare in precedenza: Newcombe nel 1973, John McEnroe nel 1980 (quando consumò in finale la sua vendetta nei confronti di Borg, che l’aveva sconfitto a Wimbledon, dopo aver perso nientemeno che con Van Dillen e John Austin), Connors nel 1983 (ma raggiunse due semifinali su altrettanti tornei), Becker nel 1989 (dopo aver trionfato a Wimbledon, Boris giocò solo un match di Davis e a Cincinnati, dove raggiunse le semifinali), Hewitt nel 2001 (che si trovò a mal partito con i marocchini Arazi ed El Aynaoui a Montreal e Indianapolis, oltre alla semifinale di Cincinnati in cui perse con il connazionale Rafter) e infine Federer nel 2008 (appena scavalcato da Nadal in classifica, perse con Simon e Karlovic nei due Masters Series e uscì nei quarti alle olimpiadi di Pechino per mano di Blake).

Le strisce. Ma, come detto, sono ben più numerosi i vincitori che sono approdati al major statunitense con il carniere già pieno. Tra questi, ne vogliamo ricordare due in particolare: Patrick Rafter e Andy Roddick. L’attaccante di Mount Isa nel 1998 vinse a Toronto, Cincinnati e Long Island (ma perse nei quarti a Los Angeles con Gimelstob e al terzo turno a New Haven con Raoux) prima di centrare il suo secondo US Open; A-Rod. invece, nell’estate del 2003 fece quasi strike aggiudicandosi Indianapolis, Montreal e Cincinnati e perdendo solo nella semifinale di Washington con Henman. Sempre contro il britannico iniziò il suo percorso vittorioso a Flushing Meadows, l’unico Slam fin qui conquistato dallo statunitense Roddick.

Al femminile. Più o meno la stessa cosa è successa a tre giocatrici. Lindsay Davenport nel 1998 vinse tre tornei in fila (Stanford, San Diego e Los Angeles) e perse solo in semifinale a New Haven con la Graf prima di trionfare a New York senza perdere nemmeno un set e cedendo alle rivali appena 32 giochi in tutto. Venus Williams, due anni più tardi, sbaragliò la concorrenza infilando ben sei tornei consecutivi tra Wimbledon e le Olimpiadi di Sydney: in mezzo, prima degli US Open, la Venere di Lynwood si impose a Stanford, San Diego e New Haven. Infine la belga Kim Clijsters, che nel 2005 legittimò con il successo nella “Grande Mela” la prima posizione mondiale conquistata in precedenza mettendo a tacere gli scettici. Per farlo, Kim trionfò a Stanford, Los Angeles e Toronto e l’unica a fermarla, quell’estate, fu la cinese Shuai Peng con un doppio 6-4 nei quarti a San Diego. Curiosamente, la fiamminga rivinse quel torneo nel 2009 con due sconfitte sul groppone (quarti a Cincinnati e terzo turno in Canada). Ma era appena rientrata dopo la lunga sosta e nemmeno lei, forse, credeva di fare centro al terzo tentativo.

In conclusione. C’è spazio per le sorprese, come abbiamo potuto vedere, ma è più che probabile che ad alzare i trofei di New York saranno due protagonisti del mese di agosto. Questo, come avrete capito, era un piccolo gioco ma il passato, se ben interpretato, aiuta spesso a meglio comprendere il futuro. Per ora dobbiamo accontentarci di inserire nella lista Mardy Fish e John Isner, i finalisti di Atlanta, ma tra quattro settimane avremo molta più carne al fuoco. Sarà, quello, il momento di stilare un resoconto e azzardare pronostici. Per ora limitiamoci a osservare, con il taccuino a portata di mano.

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